The Princess Bride (La storia fantastica) (1987)

ATTENZIONE: questo editoriale contiene spoiler!

Cari lettori, oggi voglio parlarvi di qualcosa che mi sta molto a cuore. Un film tenero e leggero come un letto di piume; una fiaba, in fondo, con tutti i toni giusti per farne una storia da raccontare mettendo a letto un bambino. Ed è così, in effetti, che il film ci accoglie: con un adorabile nonno (l’indimenticato Peter Falk del tenente Colombo, per capirci) che legge la storia al nipotino malato; e la storia, come in tutte le fiabe che si rispettino, prende vita davanti al bambino riluttante e davanti ai nostri occhi che, invece, riluttanti non lo sono proprio.
Bene, abbandonata la componente tardo-romantica, passiamo a ciò che sempre e solo ci preme: i fatti, signori, i fatti!

In mezzo a verdeggianti colline erbose nella contea di Florin, sboccia l’amore tra la bella Bottondoro (Robin Wright), che vuol dire ranuncolo e che in inglese è Buttercup, visto che non si riesce a trovare una sintonia manco sui ranuncoli, e l’aitante Westley (Cary Elwes).
Sin da subito si intuisce che il loro è un amore vero e profondo, capace di superare tutte le avversità che la vita può riservare: infatti lei lo comanda a bacchetta e lui si limita ad obbedire. La ricetta della felicità!
È pur vero che lui obbedisce pronunciando dei laconici “ai tuoi ordini” così come è innegabile che lo faccia farcendoli di voce suadente, sorriso sghembo e sguardo assassino: è un garzone il nostro Westley, ma sa il fatto suo!

Ma Amore, pur nutrendosi di se stesso, altrui non nutre (poesia, accidenti, poesia!) e così Westley decide di partire per il mondo in cerca di fortuna. La troverà? Certo, ma mica subito se no che fiaba sarebbe.
Il biondo eroe parte, quindi, e va per mare. Inutile dire che lei lo guarda partire dall’alto della collina con la bionda chioma al vento e l’occhio ceruleo inumidito dal dispiacere; del resto il tipo è bello, aitante e munito di labbra piuttosto coreografiche. Chi non lo farebbe, Ranuncolo nostro!
Parte e va cercando la fortuna di cui sopra, ma la sua nave viene catturata dal pirata Roberts e di lui (oh triste destino) non si sa più nulla, tanto che viene dato per morto.
Bottondoro rimane sola a piangere il suo amore perduto.

Ora, non si capisce bene come e perché (la passiamo, perché nelle fiabe è lecito pure non capire, se no che fiaba sarebbe?) ma, cinque anni dopo, succede che Humperdinck (Chris Sarandon), principe che vive malvagiamente nei dintorni, la chiede insistentemente in sposa e lei, a malincuore, alla fine accetta e col perfido principe si fidanza. Le mire del temuto tiranno sono chiare: ucciderla la prima notte di nozze e così guerreggiare col regno vicino conquistandolo.
Ma il cuore di Bottondoro, pur nel cedimento, è solo di Westley che lei crede perduto per sempre.
Humperdinck potrebbe riuscire nel suo meschino intento se non fosse che la futura sposa gli viene rapita da sotto il naso dal vagamente topifórme Vizzini (Wallace Shawn), un furfante italiano, aiutato da due improbabili collaboratori: Fezzik (Andrè the Giant), un tipo forte come una roccia, alto come un albero e buono come il pane e Inigo Montoya (Mandy Patinkin) uno spadaccino spagnolo che, in attesa di vendicare il padre assassinato da un tizio con sei dita, si sollazza col buon vino.

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Inigo, Vizzini e Fezzik stagliati su cielo nuvoloso

In realtà, anche se finge il contrario mettendosi subito sulle tracce della principessa, il crimine è orchestrato da Humperdinck stesso che ha in mente un piano diabolico: accusando la vicina contea di Guilder del rapimento, intende sfruttare l’indignazione del popolo per la sorte della principessa e dichiarare guerra ai rivali.
C’è qualcun altro però che, assolutamente mimetizzato nel verde accecante delle colline, da un completo nero e maschera alla Zorro abbinata, insegue i delinquenti e la principessa. Via via gli scagnozzi di Vizzini si fermano ad affrontarlo, ma il ribaldo li sconfigge senza grosse difficoltà guadagnandosi il loro rispetto. Giunto di fronte a Vizzini ne viene sfidato ad un gioco d’astuzia che, povero lui, ha a che fare coi veleni. Inutile dire che il nostro è un abile stratega e così Vizzini perisce e l’uomo mascherato libera la principessa.

La bella Bottondoro intuisce subito (e come non intuirlo?) che dietro la maschera così abilmente celato, altri non c’è che il temibile Pirata Roberts, l’orribile uomo che ha distrutto la sua vita uccidendole l’amato Westley.
Ora, adorabile fiorellino, anche noi che non siamo legati a Westley da amore vero e indissolubile, riconosciamo lo sguardo sfrontato, la mascella granitica e le labbra rosso fragola, possibile che tu ti faccia fregare da tre centimetri di maschera sugli occhi?

Ma tant’è, perché nelle favole le cose vanno come devono andare e la logica, ringraziando il cielo, non esiste, né deve esistere.
Quindi Bottondoro straparla e maltratta il povero “Roberts” che, dal canto suo, sembra piuttosto convinto che lei sia una mentitrice fedifraga che ha tradito l’amore che aveva giurato imperituro.
Una rinvigorente ruzzolata giù per la collina li farà rinsavire e, oh stupore!, ritrovare, subito pronti a sfidare il perfido Humperdinck.
Ma siamo solo a metà film e ancora non si sono baciati. Non può finire così!
Infatti non finisce.

Il principe li raggiunge e cattura Westley con l’intenzione di ucciderlo ma Bottondoro, con fiero coraggio, promette di concedersi al suo orrido disegno, per avere salva la vita del suo vero amore.
I piccioncini sono di nuovo separati e Westley, naturalmente, non viene liberato ma piuttosto portato nelle segrete del castello (che sono straordinariamente sotto ad un albero) e torturato quasi a morte.
Qui ritornano in gioco gli ex tirapiedi di Vizzini, Inigo Montoya e Fezzik i quali tirano fuori Westley dalle segrete dove è tenuto prigioniero da un disgustoso figuro detto l’Albino (Mel Smith) e lo portano da Max dei Miracoli (Billy Crystal) che tra una litigata e l’altra con la moglie Valerie (Carol Kane) gli ridà il soffio della vita.

Eccoci quindi giunti all’epilogo, il bene (in versione caciarona e irriverente) si scontra con il male (che risulta quasi altrettanto simpatico) e, com’è doveroso trionfa!
Gli Innamorati si amano, gli Amici si proteggono, i Cattivi soffrono e piangono la loro viltà ed Inigo Montoya trova finalmente requie uccidendo il Conte Rugen (Christopher Guest), l’assassino del suo amato padre. E lo fa pronunciando ininterrottamente le parole che per vent’anni ha sognato di poter dire

Ed io sono bella che innamorata!

Perché questo film, non è proprio quel che sembra.

Certo, forse qualche precisazione va fatta. Ad esempio che io e il film siamo quasi coetanei (quasi, ho detto, e non dirò chi è più vecchio); oppure che io l’ho visto in un’età nella quale la fantasia (vivaddio) ci tiene in piedi e ci regala la voglia di futuro. Precisazioni necessarie perché, probabilmente, tutto ciò ha contribuito e ancora contribuisce a formare la mia opinione super positiva sul lavoro di Rob Reiner (autore e regista di Harry ti presento Sally, tanto per capirci), ma così è. E certo non mi priverò di queste piccole succulente gioie!
Ma, visto che siamo in tema di precisazioni, tengo anche a precisare (per chi storce il proprio aristocratico naso da film d’essai) che quest’opera è tra quelle conservate alla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. A futura memoria, perdindirindina! Ma fosse anche conservato al mercato del pesce di Palermo, io lo amerei lo stesso, sia chiaro. Perché questo film, non è proprio quel che sembra, ribadisco.
È una fiaba, si, l’ho anche detto. È un film leggero, gradevole. È una commedia e, in parte, una parodia.
Ma ciò che soprattutto vuole rappresentare è un inno alla realtà, alla sua bellezza ed alle assurde trame che a volte sa presentarci, oggi più che mai.
Ci racconta di un uomo che è bello, impavido, onesto e coraggioso come gli uomini reali non si possono permettere di essere, e della sua donna che lo segue senza domande e senza dubbi, come le donne reali non si possono permettere di fare; ci racconta di ciò che li unisce: la consapevolezza che il vero amore supera ogni ostacolo.
E nel rendere questi personaggi tesi all’estremo nell’esercizio del loro perfetto ruolo da favola, non vuole fare altro che ricordarci il valore della fantasia e della speranza, l’importanza del coraggio e la forza del perseverare.
Puntare alla Luna, insomma, per arrivare almeno alle stelle!

Tutto ciò per voi, lettori, ma non per me.
Perché io il mio diletto in questa fiaba l’ho trovato molti anni fa.
Qui dove lo “charmant” prescelto è troppo biondo, troppo liscio e troppo perfetto per una come me, il mio principe azzurro è l’angelo caduto con gli occhi tristi e la bottiglia facile.
Il mio cuore è catturato dalla sua fragilità e incantato dalla sua immensa forza. Dalla consistenza meravigliosa della realtà in mezzo ai sogni.


As you wish, Iñigo!

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Bye & #TipToTop

2 Replies to “The Princess Bride (La storia fantastica) (1987)”

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