LA MISSIONE DEL SOLDATO

John H. Watson: da normalità letteraria a leggenda dell’eros

Poco tempo fa vi raccontai, per puro gusto digressivo e forse per curiosità umana e intellettuale, di certe fans di Benedict Cumberbatch e del suo Sherlock targato BBC.
Se non avete letto le mie divagazioni sul tema, che trovate qui, vi sintetizzo il tutto brevemente.
Tali fans di Sherlock in realtà odiano Sherlock, chi lo interpreta, chi lo scrive, chi lo veste e financo chi lo pettina. L’unica cosa che desiderano è che lo stesso Sherlock, chi lo interpreta, chi lo scrive, chi lo veste e financo chi lo pettina, si mettano proni in attesa dell’inchiappettamento salvifico da parte del buon vecchio John H. Watson (non è un nome da presidente USA?). Ecco.
Ed inoltre, ulteriore precisazione sintetica e necessaria.
Non tutte le fans.
Non le vere fans.
Ma solo e sempre quella parte di ragazze/donne/suocere che si sentono rappresentate dall’antico adagio: Tutti gay col culo degli altri.
Queste tipe, simpatiche a volte eh, scrivono (male) leggono (peggio) parlano (lasciamo stare) e si infervorano a cercare peli inesistenti in uova sode: ma nonostante ciò io le ringrazio, perché mi fanno passare gustosi momenti di puro, demenziale, divertimento.
Veniamo, però, all’approfondimento di quest’oggi ed arriviamoci attraverso una delle tante genialate della collega StarkMad, ovvero la frase che dà il titolo a questo pezzo.
Voglio portarvi con noi, al bar, davanti ad un orzo (siamo piuttosto rimbambite da queste parti) alle sette e mezzo del mattino. Leggiamo a turno sul cellulare l’ultima fatica di una delle tipe di cui sopra così meravigliosamente sgrammaticata da trasformare l’orzo in tè. Nel bel mezzo del canonico tentativo di sodomizzazione che accompagna lo smisurato amore lì a Baker Street, la cara StarkMad realizza che più che un proponimento interiore, com’era nelle intenzioni dell’autrice, la missione del soldato pare essere una posizione erotica stile kamasutra scatenando in me, di fatto, il turbine riflessivo che ha portato a questo pezzo.
Ringraziate StarkMad, please!
Perché ragazze, ragioniamo.
Tutto questo movimento di ormoni per il caro John non si è registrato neanche nelle due
occasioni nelle quali ad interpretarlo è stato quel gran pezzo di giovanotto di Jude Law. Dico, neanche il quel caso abbiamo assistito a questa morìa di intelletti a favore di ovaie, senza dubbio, fallate alla nascita.
Non voglio ripetermi (ma mi ripeto) dicendo che: se non si può preferire uno Watson ad un Holmes, figurarsi un Freeman ad un Cumberbatch; non c’è partita.
Perché laddove Benedict è meravigliosamente sdraiato sul podio a sgranocchiare arachidi, Martin arranca cercando la scaletta per salire all’ultimo posto. Che di suo, miseriaccia, manco ci arriva.
Ma di cosa mai stiamo parlando?!?
Magari, mi dico riflettendo, le signore sono per la “normalità” e quindi preferiscono la tranquilla intelligenza di John all’esuberante genialità di Sherlock.
Ci potrebbe stare.
E trasferiscono il tutto dai personaggi agli interpreti, poveri diavoli.
Ci potrebbe stare anche questo.

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John “QuattroContinenti” Watson

Sherlock: The Abominable Bride

John “UnContinenteEMezzo” Watson

Ma quando tra John e John vince Bilbo-John, io qualche domanda inizio a farmela.

E la domanda per la precisione è: ma cosa vi fumate?
Ah no, non era questa….rifacciamo.
E la domanda per la precisione è: ma cosa vedranno mai in Watson/Freeman?
Qualcosa mi sfugge, quindi, analizziamo.

Il soggetto, come osservabile, è quanto di più aderente al concetto di “comune” possa esistere.
Basso quanto basta per non essere alto.
Capelli biondo stoppa.
Occhi blu scuro (così mi dicono, fino a giorni fa li pensavo castani).
Naso importante (e pori sul naso di più).
Bocca piccola.
Espressione attonita.
Voce standard.
Ergo, la forza attrattiva non risiede nell’aspetto. Perché con ciò che ho appena descritto e che tutti possiamo vedere, mi rifiuto di credere che ad attrarre sia la sua fisicità. Se non è così dimenticatevi di me: mi voterò a Santa Lucia protettrice della vista!
D’altro canto Freeman, pur dimostrando gradevoli (e mutevoli) capacità attoriali e buone doti recitative, brilla solo a fianco di grandi geni dell’interpretazione che, per contrasto, ne esaltano la semplicità e linearità espressiva. Insomma, meglio Cumber-accompagnato che solo, per intenderci.
E quindi non è neppure il talento, a questo punto, l’erotico magnete che porta le scarmigliate fanciulle ad una sorta di sensuale trasporto per il nostro John.
Che sarà? Che cosa mai sarà?
Credo sia evidente a tutti come a me, che questa tormentata analisi non mi ha portata più vicina neanche di un passo a diramare la complessa matassa.
Perché la questione può sembrare banale ma, amici miei, non lo è.

Se, come me, voleste godervi qualche sana Gif o qualche immagine gustosa sulla vostra serie TV preferita e se, vostro malgrado, questa serie fosse Sherlock BBC allora capireste la mia triste condizione.
Perché anche voi, come me, verreste inondati da inquadrature (improbabili, fatemelo dire) di Watson-pacchi da far vergognare il sorpassato Siffredi. E poi inseguiti in ogni anfratto digitale da un tripudio di Watson ammiccanti, e Martin slinguazzanti e orride manipolazioni fotografiche e video in cui il povero Cumberbatch – ma che vi ha fatto mai quell’uomo lì? – subisce ogni serie di angherie a sfondo sessuale.

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Se poi la palla, per così dire, passa agli artigli rapaci delle ossessive da tastiera, la situazione si fa ancora più ingarbugliata. E rivoltante.
Perché le tipe si sono informate, e si sono applicate, pure.
Ci si sono messe d’impegno e di costanza e così, saltando su e giù da cinquanta sfumature di ogni colore, hanno ridefinito un personaggio scritto, a suo tempo, con sobria eleganza dal maestro sir Conan Doyle, e riscritto, recentemente, con incredibile abilità dalla premiata ditta Moffat/Gatiss per l’opera BBC. L’hanno ridefinito, si, ma male. Malissimo. Orridamente.
John non è più se stesso, povera stella.

Come indicato nel “Manuale del Giovane Dominatore” John ordina, John comanda, John si staglia contro la luce e annienta con un solo sguardo il povero Sherlock che subisce in ogni modo ed in ogni dove (perché lui, scemo, s’è letto il “Manuale del Giovane Sottomesso”).
Sherlock, quindi, incassa e ringrazia.
Che importa che abbia il doppio della sua altezza, due volte il suo peso e mille volte il suo charme?
Ma ancora il fondo del pozzo non è stato raggiunto.
Quando ormai Sherlock giace sfinito e John si gratta gli attributi da perfetto maschio Alfa di periferia; quando i flussi ormonali si placano ed il sangue torna a fluire nel cervello, svegliando quel povero neurone sonnecchiante; quando tutto tace e solo l’arte osa parlare, ecco che l’orrore si compie inesorabile.
Alle nostre pervicaci letterate cominciano a venir meno i giri di parole, le metafore, le descrizioni avvincenti, ed allora piovono, copiosi come nevischio a novembre, gli appellativi deprimenti a popolare le fanfiction ed i miei incubi.
Ed iniziano le mitragliate di epìteti: il biondo; il moro; il medico; il dottore; il detective; il più basso dei due; il più alto dei due; il blogger; il consulente investigativo.
Veniamo poi alle divagazioni sul tema dipendenti dal momento preciso della narrazione: il malato; lo sposo; il testimone; il ferito; quello a destra dei due; quello a sinistra dei due.
Va da sé che “quello dietro dei due” sia sempre John. Quattro continenti davvero!
L’arcano, però, non è svelato amici, e credo che dovremo continuare a convivere con questo dubbio interiore (e pure esteriore, per la verità) limitandoci, semplicemente, ad accettarlo.

It is what it is, lo sappiamo, per cui l’unica certezza che ci rimane, in questa desolante valle di lacrime nella quale le “fans” ci hanno catapultati, è che qualsiasi appellativo venga attribuito a John H. Watson, i pantaloni, in casa, li porta lui.
E non disdegna affatto di toglierseli.

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