Arrival (2016)

L’arrivo improvviso dallo spazio di dodici navi aliene, chiamate gusci, genera un comprensibile allarme nei Paesi nei quali atterrano che si mobilitano immediatamente per comprenderne i misteri.
Il colonnello Weber (Forest Whitaker) contatta la dottoressa Louise Banks (Amy Adams), nota linguista, affinché dia il suo supporto agli Stati Uniti nel decifrare l’idioma alieno provando ad impostare, al contempo, una linea di comunicazione con i visitatori. La dottoressa si reca in Montana, presso una delle navi, iniziando la propria ricerca affiancata da una nutrita equipe tecnica oltre che dal fisico teorico Ian Donnelly (Jeremy Renner).
I due scopriranno ben presto il linguaggio utilizzato dagli extraterrestri e, decifrandolo, saranno in grado di comunicare e di chiedere qual è la missione per cui sono giunti sulla Terra.

https://images.justwatch.com/backdrop/2767670/s1440/arrival

La prima cosa che salta all’occhio in Arrival è che non si tratta del solito film di “caccia all’alieno”.
La seconda, però, è che non è detto sia una cosa buona.
Se siamo stati ben contenti di scoprire (finalmente) degli extraterrestri non intenzionati a succhiarci il cervello né nessun’altra delle parti succhiabili, la nostra gioia è scemata in un tragico oblio emotivo dopo soli 10 minuti di film.
Dieci minuti nei quali una Amy Adams fastidiosamente ovattata guardava il vuoto, una bimba, il vuoto, una bimba e così via in questo terrificante ordine. Ogni tanto sussurrava qualcosa, si, ma nessuno ha avuto poi una gran voglia di capire cosa sussurrasse.
E tutto questo ha generato la prima delle innumerevoli parentesi aperte per raccontare un film che sembra aver creato una voragine di parentesi, virgolette, eccezioni e amenità simili nel mio povero cervello sovraccarico.
Prima parentesi, quindi, Amy Adams.
Ricordo i bei tempi in cui la bellezza, in un’attrice, era corollario di ben altre abilità o, addirittura quando, in presenza di ben altre abilità, la bellezza non era neanche un requisito essenziale.
Ci sono attrici immense, belle o brutte che siano, che potrei portarvi ad esempio, ma non sono qui a fare esempi quanto a chiedermi cosa ci vedranno mai i responsabili casting ed i registi in questa attrice. Oltre alla bellezza, s’intende.
Le sue doti interpretative si perdono in un tripudio di occhioni luccicanti e pelo rosso ( il gatto con gli stivali docet) e poi giù con labbra tremule e nasino arrossato e voce sospirosa, sospirata, sospirante e poi…vi prego chiamate un’attrice seria che non ne posso più.

Indubbiamente il ruolo richiedeva una certa intensità emotiva: la dottoressa si “connette” con gli alieni e modifica la propria visione del tempo (da lineare a circolare) per cui le appare il futuro (modificabile ma non modificato) così come lo vivrà compresa la nascita e la morte per malattia della propria figlia (e che tristezza, pure). In più in quel futuro vedrà anche il proprio marito (il dottor Donnelly appena conosciuto, per capirci) e il suo andare via non appena gli confesserà di aver conosciuto anzitempo la sorte della figlioletta.
È impossibile schierarsi con l’uno o con l’altra in questo caso di coscienza, ma, ripeto, il ruolo richiedeva una certa intensità emotiva non certo pseudo vertigini o accenni di piagnistei o svenimenti de rigueur. Almeno il buon Jeremy Renner ha finito per vomitare regalandoci un inaspettato brivido di compenetrata consapevolezza.
Insomma gli unici ad aver recitato peggio della Adams sono stati Tom e Jerry….e qui passiamo alla seconda parentesi. Perché Tom e Jerry, nel film, non esistono.
In questa mania tutta italiana si storpiare titoli e cambiare nomi, i traduttori si sono inventati questi appellativi per i due seppioloni giganti con i quali Banks  & Donnelly (detta così sembrano ispettori di Washington DC. Cool.) interagiscono quando, nell’originale gli alieni parlanti (o inchiostranti, maybe?) si chiamerebbero Abbott and Costello. Gianni e Pinotto, in pratica, per cui, se proprio si sentiva l’impellenza sovrumana di tradurne i nomi, perché non la versione italiana dei loro piuttosto che quei Tom e Jerry assolutamente irritanti e fuori luogo?
In ogni caso gli eptapodi (loro non li chiamano seppioloni, no) sono gli unici a recitare peggio della nostra Amy pur essendo, paradossalmente, molto meno fastidiosi a vedersi. Sarà perché si limitano a fluttuare e emettere strani stridori, sarà perché parlano componendo, con uno dei tentacoloni, vaghi cerchi e macchie nello spazio, sarà perché in fondo non è che da un invertebrato ci si possa aspettare tutta questa capacità espressiva. Chiedete al polpo Paul!
Ma continuando, in un crescendo rossiniano, mi accorgo che le parentesi si moltiplicano tanto da rendere necessari cento blog per elencarvele tutte: la landa verdeggiante che ricorda The Legend of Zelda nella quale si poggia il guscio del Montana (ma cosa gli sarà venuta con questa vena New Age, è snervante); i militari succubi delle fisime coniugali che rifilano una bomba all’astronave e ammazzano il povero Costello (manco fosse la Sturmtruppen. Un po’ di animo, soldati, rappresentate l’America cribbio!); le ultime parole della moglie in fin di vita del generale cinese (e non ci sono spiegazioni da dare, solo script alieni pure loro); la colonna sonora (barriti o simili); le tute arancioni (né astronauti né vigili del fuoco, l’apoteosi della bruttezza scomoda); etc.
Insomma, come ho detto, si potrebbe continuare all’infinito ma io preferisco fermarmi ad un’ultima parentesi, quella buona. E l’ultima parentesi, mi sembra chiaro, è Jeremy Renner.


Parlo di parentesi buona perché lui l’ha resa tale, ovviamente, perché se dovessi basarmi su cosa gli hanno affidato, ci sarebbe da chiedersi perché mai disturbarsi ad ingaggiarlo. Ha passato tutto il film seduto su una sedia davanti al PC o, peggio, a correre dietro a quella sconsiderata linguista senza né capo né coda, tutto qui. Vomito a parte, naturalmente. Eppure il nostro amato Hawkeye (se non capite di cosa stia parlando non meritate neppure di leggere il seguito, prendetene atto) ha dato buone prove di sé e lo sappiamo capace di coinvolgere e di darsi con grande maestria anche in ruoli emotivamente complessi. Perché farne un pupazzo per le bizze emotive di una Adams fuori dalla grazia di Dio, è cosa che non mi è dato capire. https://i0.wp.com/pbs.twimg.com/media/CwgZGQ6XAAAu75N.jpg?resize=800%2C533&ssl=1Il fatto che lui comunque abbia dato prova di una buona e gradevole performance, non va ad inficiare quanto detto, anzi tutt’altro: cosa sarebbe potuto venire fuori con un buon personaggio e una buona coprotagonista? Lo sappiamo tutti, buon cinema; Wind River lo ha ampiamente dimostrato.
Alla fine, lettori cari, parentesi e seppioloni a parte, Arrival è stata un’altra occasione mancata.
Laddove si può trovare fortemente interessante l’idea del proposito alieno di dare all’umanità l’opportunità di conoscere e di comprendere aldilà delle proprie prerogative, così come l’evidente appoggiare la tesi secondo cui la lingua con la quale parliamo influenza il nostro sviluppo cognitivo (per chi volesse approfondire si tratta della teoria linguista di Sapir-Whorf), il modo in cui questi spunti creativi sono stati sviluppati lascia, a mio avviso, molto a desiderare anche se, per fortuna, la loro presenza ha fatto nascere in me la curiosità di leggere il racconto fantascientifico Storie della tua vita, di Ted Chiang, da cui il film è tratto. E se, tutto sommato, questa potrebbe essere una mezza vittoria, va da sé che, in ogni caso, se un film che avrebbe dovuto stupire se non coinvolgere se non emozionare addirittura ha, per lo più, annoiato e deluso, questo non è mai un buon risultato.
A meno che non lo si desideri, ovviamente; ma c’è qualcuno al mondo che lo fa?

A presto lettori e seguiteci allegri, numerosi e eptapodi su Twitter e su Facebook.
Bye & #YOLO

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