Private Life su Netflix con Giamatti e Hahn da applauso (Spoiler)

Rachel (Kathryn Hahn) e Richard (Paul Giamatti), coppia di newyorkesi ultraquarantenni, tentano da tempo di avere un figlio senza alcun risultato. Via via che le opportunità diminuiscono, i due si convincono ad affrontare più percorsi, alternativi e spesso contrastanti, anche contemporaneamente. È una lotta continua contro il tempo, le aspettative ed il tentativo di mantenere viva anche la più piccola speranza. Quando all’orizzonte appare l’opportunità fornita da Sadie (Kayli Carter), nipote della coppia e possibile “fornitrice di uova”, la suddetta speranza cresce con risultati quasi disastrosi.
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A qualsiasi latitudine e qualsiasi sia il percorso di vita intrapreso pare che una coppia, ad un certo punto del viaggio comune, senta sempre la necessità di procreare. Visto che siamo qui a chiacchierare di un bel film e, magari, rilassarci, non discuteremo sull’opportunità o meno di queste scelte o su come, a volte, sia netta la certezza che l’estinzione sarebbe l’unica scelta accettabile.
Parliamo, invece, del film che merita decisamente parole e lodi.
Rachel e Richard hanno tutte le carte in regola per diventare genitori: sono una bella coppia, tutto sommato unita e tutto sommato stabile. Tanto unita e stabile, comunque, da passare attraverso la tragedia umana, medica e sociale che è il non poter avere figli nel ventunesimo secolo ed uscirne quasi integri. Quasi.
Infatti, come ci mostra con buona dose di ironia l’ottima regista Tamara Jenkins, al giorno d’oggi di fronte ad una possibile, probabile o quasi certa infertilità, è d’obbligo attivare una sorta di enorme congegno ad alta precisione fatto di ospedali, medici, farmaci, ovulazioni e pazienza, il quale quasi sempre, conclude il proprio operato regalando una culla gioiosamente abitata. Solo che, molto spesso, succede che durante il percorso, tra l’uovo e la culla o tra l’uovo e la depressione, il gran carrozzone di cui sopra si diletti a dispensare anche innumerevoli sganassoni emotivi. Per così dire.
L’intento del film è infatti quello di mostrarci la parte più intima, quasi segreta e sempre pudica, della quotidiana lotta per diventare genitori. E anche se potrebbe soffermarsi più e più volte sul dolore, sullo sfinimento, sul senso di impotenza e di violazione che si può provare in quei momenti, sceglie invece di farceli vivere con tenera e ironica normalità, con lo sguardo attento e dolce che si ha per la propria famiglia.

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Rachel e Richard perdono di vista tante cose durante il percorso per diventare genitori, come spesso accade quando si entra in questi circoli macina sentimenti. Il loro legame diventa quasi un mutuo soccorso e la loro casa si fa ambulatorio della fertilità. Il rapporto di ogni giorno è solo un insieme di calcoli ed analisi: le iniezioni, le visite, i medici, gli investimenti di soldi senza ritorno, tutto questo diventa la normalità.
La coppia, paradossalmente, sbiadisce piano piano quasi abrasa da un mostro a cento teste impossibile da contenere, ma ormai indispensabile alla sua stessa sopravvivenza.
Eppure, in questa nebbia emotiva e mentale, Richard e Rachel trovano il modo per resistere ed andare avanti, emergendo dall’altra parte del sentiero se non felici almeno insieme.
Forse il momento peggiore, o almeno più difficile da affrontare, è quello in cui a Rachel viene candidamente comunicato che il suo tempo, per così dire, è finito: i suoi ovuli sono troppo vecchi, il suo treno è passato, il suo desiderio di essere madre non potrà essere soddisfatto.
Sicuramente la maternità, così come la paternità, non dipende esclusivamente dall’occasione di mettere i propri geni nel calderone del nascituro, ma sarebbe da stupidi non considerare che il non poterlo fare, l’aver perso di fatto l’opportunità di farlo, come minimo destabilizza e fa sentire, in un certo senso, scaduti. Come il latte quando parti per le vacanze e ti dimentichi di svuotare il frigo.
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In tutto questo marasma emotivo arriva Sadie portando con se la lucida cattiveria della giovinezza stemperata, com’è giusto che sia, dall’entusiasmo stesso di vivere. Sadie è ciò che si dice una giovane irrisolta in cerca del proprio posto nel mondo, un affetto facile, un’occasione unica che, magari cinicamente ma mai con indifferenza, la coppia sfrutta per tentare un ulteriore passo verso un figlio.
È una scelta complessa, eticamente delicata e forse, per certi versi discutibile, soprattutto in funzione della leggerezza con la quale Sadie l’ha compiuta che emerge prepotentemente dalle sue parole spesso avventate. Ma la scelta è comunque compiuta, e scatenerà reazioni e conseguenze sicuramente difficili da affrontare e gestire.

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Tutto questo emerge dal film. Il senso di impotenza e di inadeguatezza. Il non trovare reale e profonda comprensione in chi non vive lo stesso traumatico percorso. Una sorta di staticità involontaria e dolorosa di questa coppia di fronte ad un mondo che, nonostante le loro pene, prosegue il proprio percorso con la stessa veloce intensità. Null’altro che caparbia risolutezza tristemente venata di rassegnazione.

Il prezioso risultato, lettori cari, è una commedia triste, sofisticata, bella ed intesa, con dialoghi frizzanti e perfettamente calibrati, che rimandano ad atmosfere di eleganza cinematografica alla Harry ti presento Sally ormai cancellate dalla parabola violenza-azione-disagio-superpoteri che il cinema ci propina da anni.
Fermo restando, naturalmente, che in questa parabola la sottoscritta MadExcella vostra ci ha sguazzato più che bene e, se gli dei gradiscono, ancora ci sguazzerà. Ma la storia ci insegna che apprezzare qualcosa non vuol dire essere sordi e ciechi rispetto alle sue possibili implicazioni sul contesto in cui agisce, e le implicazioni di certe scelte commerciali per il cinema mondiale sono state, oggettivamente, devastanti.
Siamo ben contenti, quindi, quando all’orizzonte (grazie soprattutto a Netflix a dire il vero) appaiono queste piccole gemme di recitazione e di scrittura dove la modernità si percepisce nelle espressioni, nei temi, magari nei contesti sociali e non già in una sorta di sgangherata carenza culturale o, peggio, intellettiva.
Ed è bello, alla fine, riconoscere il senso della continuità, dell’andare avanti in un percorso che, come la vita, non può concludersi con l’ennesima delusione.
Rachel e Richard non si lasciano né si ritrovano dopo terribili crisi; vivono semplicemente amore e dolore in una quotidianità che a volte stanca, come è giusto che sia, e che ritrova l’entusiasmo nelle piccole cose. E, soprattutto, continuano nonostante tutto, cambiando forse il lato del tavolo o le aspettative dell’attesa ma, comunque, attendendo. Ancora. Insieme.

Date un’opportunità a Private Life, ne vale la pena e, più in generale, date un’opportunità a Netflix: sono sicura che sarà in grado di sorprendervi. Io vi rimando al nostro prossimo leggerci che, sempre se gli dei continueranno a gradire, sarà per chiacchierare su Happy! la fantasmagorica serie tv di (indovinate un po’ chi?) Netflix interpretata dal super bravo Chris Meloni. Intanto voi lettori cari ricordatevi di venirci a trovare allegri, numerosi e newyorkesi su Twitter e su Facebook…vi aspettiamo. Come sempre.
Bye & #YOLO

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