Outlaw King di Netflix: storia di un Re senza trono, di una guerra senza pietà e di un Chris Pine senza vestiti.

C’era solo da immaginarselo.
S’è fatto un così gran parlare della scena di nudo integrale di Chris Pine in Outlaw King, glissando e dimenticandosi spesso e volentieri di discutere dell’effettivo valore del film, che il fatto che ci fosse qualcosa che non andava avrebbe dovuto essere più che palese.
A conti fatti, dopo due lunghe, lunghe, lunghissime ore di guizzi sanguinolenti visibilmente digitali, accenti scozzesi appena passabili e amori decisamente fortunati, ciò che mi è rimasto impresso nella memoria è quanto segue:
1 L’inquadratura di nudo frontale di cui si parla ormai incessantemente da settimane è così repentina e breve da poter essere tranquillamente scambiata per un riflesso sull’acqua. Insomma, sbattete le ciglia e l’avete persa, non sbattetele e dovrete comunque cercarla attivamente per vederla.
2 Robert the Bruce non era poi questo gran condottiero, i suoi motivi non erano poi così nobili e la sua campagna di Scozia ci ha lasciato senza fior di Castelli da visitare accidenti a lui.
3 Questa è l’ultima volta che mi offro di scrivere di un film solo perché “Mi piacciono le storie vere” dimenticandomi che non tutti i lavori di questo genere meritano una possibilità. (Cosa altamente improbabile ma sento il capodanno avvicinarsi e potrebbe essere un buon proposito per l’anno cinematografico che verrà).
Dissezioneremo tutto nel dettaglio, ma prima un po’ di storia.

È il 1304 e la Scozia, sotto la guida di William Wallace (Mel Gibson con le treccine per i nostalgici di Braveheart) sta tentando in tutti i modi di conquistare l’indipendenza dall’Inghilterra, ma la sconfitta e conseguente fuga del condottiero ha spinto i nobili scozzesi ad arrendersi e a giurare fedeltà al re Edoardo I. Tra loro ci sono Robert the Bruce, figlio di Robert the Bruce, figlio di Robert the Bruce (parole loro non mie), rivendicante il trono scozzese e il suo diretto rivale John Comyn. Dopo la morte di Wallace però Robert, che nel frattempo ha sposato l’inglese Elizabeth, si rende conto di aver fatto un grosso errore. La sottomissione della Scozia all’Inghilterra, infatti, implica non solo pagamenti di forti tasse ma anche la perdita dei giovani locali costretti ad arruolarsi nell’esercito di Edoardo.
Robert, disposto a tutto pur di liberare la Scozia chiede aiuto, anche se controvoglia, a John Comyn ma minacciato dal rivale che vuole accusarlo di tradimento di fronte al Re, lo uccide senza pensarci due volte.
L’uomo confessa alla Chiesa il suo misfatto convinto che sarà, da lì a poco scomunicato, ma i vescovi hanno altri piani per lui e lo sorprendono offrendogli il perdono in cambio della promessa di riprendersi la Scozia con le buone o con le cattive.
I primi tentativi del Bruce vanno a vuoto e gli uomini a disposizione continuano a ridursi finché, con un lampo di genio, Robert non decide che si riprenderà la sua terra un castello invaso alla volta, uccidendo gli inglesi, liberando i suoi compatrioti e dando fuoco alle abitazioni.
Lui ed Edward, principe di Galles, si ritroveranno quindi uno di fronte all’altro nella lotta finale, con gli scozzesi in numero nettamente inferiore ma che hanno dalla loro, oltre alle gonnelle, l’astuzia e la bestialità (di nuovo, parole loro non mie) dei lottatori più spietati… …Quello che non hanno però, ahinoi, sono dialoghi decenti, sangue “vero” e non lanciato come per magia dalle loro spade e la capacità di sintesi storica.

A vista questo film è bellissimo. I panorami sono incantevoli, la fotografia, a volte, è spettacolare. I villaggi, i costumi, le terre, tutto è ricreato in maniera perfetta.
Ma è un po’ come rimanere seduti a guardare un quadro per 120 minuti. Può essere una delle opere più incredibili mai create (e questa non lo è), ma si è destinati ad annoiarsi prima o poi.
Vorrei, dato il mio amore per il genere, poter dire altrimenti ma qualche critica in questo caso non si può evitare.
E non si può evitare perché Chris Pine nei panni di questo Re, di questo Condottiero senza paura, non essendo ferrato nell’accento tipicamente scozzese, ha un numero esiguo di battute là dove invece dovrebbero essere le sue parole e il suo carisma a spingere la storia verso la sua naturale evoluzione.
Non si può evitare perché la guerra è sanguinolenta e truce, ma o la si rappresenta così o si trova il modo di addolcirla. La battaglia finale in cui gli spruzzi di sangue (già di uno strano colore), partono dai corpi martoriati ancora prima che vengano colpiti non si può guardare. Ancora peggio, a volte, sembra che siano proprio le spade a lanciarlo contro le vittime.
E poi è lungo (e no…non sto parlano di Chris Pine) … è lento… è un lungo camminare e galoppare da qui a lì e da lì a qui. È un’infinita sequela di canti cristiani fuori e dentro le chiese.
E ci sta, ovviamente. La Scozia dei tempi è sì, quello, ma non solo.
E dimentichiamoci per un attimo del fatto che questo film con la sua crudeltà, accuratezza storica e poco romanticismo, abbia per un attimo minato il mio fantasticare di Laird Scozzesi in quel delle Highlands, (questo è, un suo punto di forza), ma ciò che non va, è che all’interno di tutto questo realismo, la storia d’amore da Robert ed Elizabeth sembri uscita proprio da uno di quegli Historycal Romance che amo tanto leggere.
Tra i due l’alchimia regna sovrana. Sono bellissimi a vedersi e ad ascoltarsi, sono però fuori contesto in quello che suppongo sia lo scopo del film.
Passiamo dalla crudeltà della guerra alla corte post-matrimoniale tra i due. Lei, è intelligente e non si concede, lui è un gran bel pezzo d’uomo, però non pressa. Consumano il loro matrimonio in una tenda in mezzo ai boschi, in attesa di un duello e poco prima di un’imboscata.
Questo ovviamente non toglie che la loro storia sia stata meravigliosa da guardare. Forse mal amalgamata, ma sempre bellissima.


E, infine, il capitolo Chris Pine.
Non saprei dire quali siano i motivi che hanno spinto il Pine ad accettare questo ruolo. Il suo è probabilmente un esperimento riuscito a metà. Laddove, infatti, da una parte viene a galla il suo talento (specialmente quando recita con lo sguardo e con il corpo), dall’altra tenta la sua infida risalita l’incapacità di parlare con accento scozzese in maniera naturale.
E si, lo so, questo è un vezzo solo del film in lingua originale, ma non è che il doppiatore abbia fatto di meglio. Per dire.
Insomma, l’impressione è che Netflix abbia voluto strafare con gli esperimenti, riuscendo a essere per la maggior parte sufficiente, ma fagliando in alcuni punti imprescindibili che hanno reso Outlaw King troppo lungo e privo di vera linfa vitale.
Sembra comunque essere sulla strada giusta per qualcosa di grande.

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