Life approda su Netflix. Riusciranno Ryan Reynolds, Rebecca Ferguson e Jake Gyllenhaal a “Non oltrepassare il limite?”

Life – Non oltrepassare il limite è uno di quei film presenti all’interno del catalogo Netflix su cui ero solita soffermarmi per qualche secondo, in attesa dell’ispirazione giusta per guardarlo, per poi passare inevitabilmente oltre, spesso e volentieri approdando su qualcosa di già visto.

I miei motivi per volerlo guardare in realtà, avevano poco a che vedere col film in sé e più con gli attori principali del cast. Ero curiosa di vedere Rebecca Ferguson al di fuori del suo ruolo di Ilsa Faust in Mission:Impossible (di cui potete leggere qui e qui). Ero curiosa di capire come fosse capitato Ryan Reynolds in un film horror-fantascientifico. Ero, onestamente, ancora più curiosa di sapere se Jake Gyllenhaal fosse riuscito a ritagliarsi dei ruoli che si spostassero un po’ dal personaggio timido, introverso e inquietante che interpreta di solito. Così, spinta dall’ennesima anteprima Netflix, da una sorella che di vedere cose già viste non ne vuole sapere e da una strana congiunzione astrale propizia, ho deciso finalmente di sceglierlo come fonte d’intrattenimento per la serata.

Questa la trama.
In un futuro non troppo lontano, sei astronauti si ritrovano in una stazione orbitante giusto fuori dalla Terra in attesa di ricevere una sonda che sta trasportando con sé campioni del suolo marziano da studiare e analizzare. Oltre al capitano Ekaterina Golovkina, l’equipaggio è composto dall’ingegnere tuttofare Rory Adams (Ryan Reynolds), dalla responsabile della quarantena e dei protocolli di sicurezza Melissa North (Rebecca Ferguson), dal medico che non ne vuole sapere di tornare sulla terra David Jordan (Jake Gyllenhaal), dal biologo paralitico Hugh Derry (Ariyon Bakare) e dall’ingegnere di sistema Sho Murakami (Hiroyuki Sanada). I sei hanno il compito di studiare il materiale ottenuto tentando di provare in maniera assolutamente inconfutabile la presenza di vita su Marte. Lo studio sembra dare i risultati sperati. Tra i vari detriti, infatti, Hugh riesce a isolare una cellula vivente a cui viene dato il nome di Calvin. Le prime ricerche sulla forma di vita marziana sembrano andare alla perfezione. Calvin ha bisogno di un’atmosfera diversa da quella terrestre ma una volta a suo agio si evolve velocemente, provocando la gioia di Hugh e lo sconcerto dei restanti membri dell’equipaggio. Succede però, che a causa di una disattenzione del biologo, il box in cui Calvin è rinchiuso, perda pressione e il marziano (che somiglia ormai a un incrocio tra una stella marina e un’orchidea) si iberni nel tentativo di sopravvivere. Riparato il problema, Hugh tenta di risvegliare Calvin attraverso piccola scosse elettriche senza poter neanche lontanamente immaginare che sta per scatenare un vero e proprio inferno su di sé e i suoi compagni di viaggio. Calvin, infatti, nonostante l’aspetto delicato e la grandezza irrisoria attacca Hugh con una forza inaspettata riuscendo a liberarsi dalla quarantena e iniziando una vera e propria caccia al resto dell’equipaggio. Col passare del tempo, il marziano, si evolverà in maniera esponenziale sviluppando capacità intellettive oltre ogni immaginazione e diventando un vero e proprio nemico mortale per gli astronauti che dovranno spingersi oltre ogni limite per salvarsi la vita.

Ammetto di essermi resa conto solo una volta giunta allo scioccante finale, di aver amato particolarmente questo film contro ogni aspettativa. Non so cosa mi aspettassi in realtà, ma di sicuro non immaginavo un tale carico di pathos, paura e claustrofobia. E non mi aspettavo certo che un semplice essere monocellulare potesse diventare uno dei villain più interessanti che abbia visto negli ultimi tempi. Calvin è la perfetta rappresentazione della paura di ciò che non conosciamo, e come tale combatte in maniera inaspettata, con una freddezza clinica alla quale gli esseri umani non sono abituati. È stato bello vedere un film che non si basa solo su suoni e ombre per creare la sensazione di pericolo e di paura nello spettatore. Certo, avrei fatto volentieri a meno di alcuni dei “metodi” di Calvin per stabilire la sua supremazia sugli umani, ma devo dire che anche quello ha fatto parte di un progetto ben studiato che ha portato a casa un ottimo risultato.

Il finale, poi, è stato a mio parere un piccolo colpo di genio all’interno di una storia che sarebbe potuta finire i mille modi diversi, 999 dei quali, scontati. Niente, in ciò che succede nei minuti immediatamente precedenti porta a pensare a quel genere di conclusione, ma ci si rende conto solo pochi secondi prima che accada, che è una delle possibilità. E la gioia nel vedere qualcosa di inaspettato in un film fantascientifico (che più che correttamente Netflix cataloga come thrillers) ha reso l’esperienza incredibilmente positiva.

Il cast, poi, è di per sé un’assoluta bizzarria. A vista, verrebbe da chiedersi chi abbia mai pensato di mettere insieme degli attori così differenti tra di loro. Verrebbe da pensare che siano stati scelti singolarmente senza fare prove di alchimia, e il poster del film, nel suo semplice affiancamento di volti dà effettivamente poche speranze. Ma non è così. In parte perché questi sei attori lavorano bene insieme, in parte perché gli stessi personaggi del film, nonostante siano amici e collaborino in maniera efficace, sono quanto di più diverso caratterialmente e psicologicamente si possa incontrare. Un gruppo emotivamente eterogeneo quindi, che trova punti in comune solo nel lavoro. Beh, e anche nel tentativo di salvarsi la vita, ovviamente, ma lì vige la regola della sopravvivenza.
Sono rimasta per un attimo confusa dal personaggio di Ryan Reynolds. Mi aspettavo un apporto al film completamente diverso e pensavo che avrebbe avuto più spazio sullo schermo, ma suppongo che l’equivoco che sia dovuto, nuovamente, al poster.
E no, Jake Gyllenhaal, non è riuscito a prevalicare i confini di quello che ormai è un ruolo continuo per lui, ma c’è poco da criticare. Non sarà un attore che osa oltre la sua comfort-zone, ma quello che fa lo fa bene.
Per quanto riguarda Rebecca Ferguson, invece, beh… si è ormai consolidata da un paio d’anni come una delle mie attrici preferite e sembra che lì sia intenzionata a rimanere, per l’eterna gioia di MadExcella che la piallerebbe con un rullo compressore data l’occasione.

E questo è tutto per quanto riguarda Life – non superare il limite. In arrivo, prossimamente, la recensione di un altro film scelto con la tecnica sperimentata “a casaccio”: Death Note.

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