Rocketman (Spoilers)

Cari lettori, nell’ultimo periodo pare che i biopic dedicati ai grandi della musica internazionale (dead or alive, come si diceva nei saloon) siano diventati un interesse cinematografico di prim’ordine.
Il trend, devo ammetterlo, non mi entusiasma per nulla ma non per questo sarà meno gradevole chiacchierare con voi del fresco e divertente Rocketman.
Intanto sottolineo, con immenso e sollevato piacere, che Rocketman nulla ha a che spartire con il tanto acclamato (immeritatamente) e discusso Bohemian Rapsody di cui vi abbiamo parlato qui. Nulla tranne, a quanto pare e in parte, Dexter Fletcher , il regista.
Certo, neanche in questo caso stiamo parlando del film della vita o di un’opera dal guizzo così particolare o magico da rimanere scolpito per l’eternità; niente di tutto ciò. Ma Rocketman è una storia tutto sommato ben raccontata, con bravi e giovani attori perfetti nei loro ruoli e una colonna sonora che già nasce magica e solo in qualche occasione è stata malamente gestita.

https://timedotcom.files.wordpress.com/2019/05/rocketman-movie-elton-john-3.jpg?quality=85&resize=701%2C584La trama, va da sè, narra la vita di Elton Hercules John da prima che lo diventasse ovvero da quando ancora era il piccolo e infelice Reginal Dwight, ragazzo “de borgata” figlio di una pessima madre e di un padre assente che trova una qualche forma di affettività solo nella nonna materna.
Risulta evidente e, immagino, segnante per la vita di Reggie il fatto che entrambi i genitori paiono stranamente anaffettivi solo verso di lui, tant’è che quando il padre senza voltarsi indietro và via di casa, sia lui che l’ex moglie si rifanno una vita completamente diversa dalla precedente. L’incredibile talento musicale del piccolo Reginald non basterà a salvarlo dalla mancanza totale di amore verso sè stesso che lo porterà in fondo ai peggiori abissi di dolore e autodistruzione, ma sarà sufficiente a trasformare il giovane ragazzo di provincia nel mito pop-rock che oggi conosciamo e amiamo.
Il film segue la logica del punto di rottura, quel momento da cui si può solo tornare indietro, comprendere e ripartire. Vediamo così un Elton ormai allo stremo delle forze che decide di riabilitarsi combattendo le dipendenze da alcool, droga e sesso oltre che la bulimia della quale soffre da tempo. Dopo un tentato suicidio ed un infarto, dopo notti e giorni dei quali non ricorda il trascorrere, ha ormai compreso che oltre quella soglia ci può essere solo o un diverso futuro o la morte.
Questo punto di svolta è sottolineato, in maniera che trovo intelligente ed emblematica, dall’abbigliamento che tanta importanza ha avuto ed ha nella vita dell’artista.
Il film ci mostra un Elton che cede al proprio bisogno di aiuto mostrandosi in tutto il suo splendore come nel pieno del fulgore scenico; è vestito da splendido demone alato, tutto glitter e piume e spettacolo.

Via via che il racconto si dipana ed il protagonista scopre le proprie debolezze ed i propri dispiaceri cadono pezzi della sua “armatura” ed alla fine emerge il vero Elton, stanco, triste, chiuso in un accappatoio e ormai pronto a perdonare per tutto il dolore e ad abbracciare virtualmente il piccolo Reggie donando anche a lui, finalmente, un po’ di pace.
Metaforicamente parlando trovo che la rappresentazione sia perfetta per ricordarci che il fuori non è necessariamente lo specchio del dentro, e che ci sono prigioni che brillano di milioni di colori ma sempre prigioni restano.
In questa ed in molte altre cose
Rocketman mi è piaciuto, benchè io l’abbia trovato stranamente diviso a metà. Da una parte l’estrema pulizia e lucidità del lavoro di attori, musicisti, ballerini e simili che sono riusciti a dare vita ad un racconto delicato e dinamico, sempre sopra le righe ma mai fastidioso. Dall’altra parte invece si stagliano netti la regia di Dexter Fletcher e alcuni vezzi di Giles Martin, compositore chiamato ad adattare la musica di John alla trasposizione cinematografica, e che hanno riempito la narrazione di spumeggianti fanfaluche a volte più che rinunciabili.

Immagino che in questo film più che in altri, per quanto concerne l’aspetto musicale, il gusto personale la faccia da padrone. La decisione per esempio di usare I want love nel racconto dell’infanzia di Reginald snaturandone testo e armonia, e facendola (signore perdonali) cantare a ragazzo, madre, padre, nonna e via dicendo, è stata per me più che un pugno allo stomaco.Immagine correlata
>Adoro quella canzone nella sua interezza compreso il video interpretato da un Robert Downey Jr in stato di estetica grazia, e non ho apprezzato affatto il sentirla così alterata e mortificata.
Stessa cosa si può dire, per motivi e persona ovviamente diversi, di
Don’t Let The Sun Go Down On Me associata spesso all’interpretazione suggestiva di Elton John in duetto con il compianto George Michael.
Ma in questo film, stranamente, succede anche la cosa diametralmente opposta e così diventa capace di regalarci questa nuova
Your song che acquista nell’interpretazione del film un ulteriore sferzata di commovente bellezza o Goodbye Yellow Brick Road bella e dinamica nonostante il non facile paragone con la versione di Elton John e Billy Joel o, per concludere, I’m Still Standing che non perde una virgola della sua sconfinata energia.
Insomma l’aspetto musicale è interessante e deludente insieme ma, per quanto mi riguarda, nel complesso supera la prova pur con qualche scivolone inaspettato.
Il racconto, di suo, è stato gradevole e avvincente. All’artista non sono stati fatti sconti e se a volte il dipanarsi degli avvenimenti è parso essere troppo assertivo o funambolico, il risultato a mio avviso ha pagato in termini di spettacolarità.
Del resto pare assurdo aspettarsi che un racconto sulla vita di Elton John sia qualcosa di morigerato o sotto tono.
Bellissima la “passerella” dei suoi costumi più iconici o delle centinaia di occhiali improponibili ma così perfetti da fare tenerezza. Belli i locali, le esibizioni, il gran numero di ammiratori e di sfruttatori che sempre lo ha seguito.
E belli e bravi i tre attori protagonisti.
Taron Egerton
nel ruolo di Elton John è stato intenso e commovente. Onestamente è bello e neanche un trucco da oscar ha potuto nascondercelo (sir Elton è una meraviglia della natura ma la bellezza non è tra le sue doti) ma escluso questo è stato davvero bravo donandoci un’interpretazione eccellente.
Che dire poi del talentuoso e supersexy
Richard Madden nei pessimi panni di John Reid. La famosa scena di sesso tra i due, di cui si parla molto più che di tutto il resto, è stata oggettivamente molto realistica alzando la temperatura del cinema di qualche grado. Ma suppongo che gli attori questo debbano fare, senza sentirsi chiedere ad ogni pié sospinto se tanto realismo deriva da inclinazioni personali. Come mai nessuno ha chiesto a Julia Roberts se è stata così brava in Pretty Woman perchè magari la prostituta la voleva fare realmente?

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Davvero certe volte mi sembra che il mondo torni indietro ad un medioevo senza fine, altro che nuovo millennio e frizzi e lazzi.
Comunque, domande stupide a parte, il buon Richard è stato terribilmente bravo come ci ha ormai abituati e nonostante io abbia visceralmente odiato il personaggio, i complimenti a un così bravo e giovane attore non possono che sprecarsi.
Nei panni dell’adorabile e fedele
Bernie Taupin l’ex enfant prodige Jamie Bell visto nella sua prorompente bravura nel ricordatissimo Billy Elliot.
Tre giovani anglosassoni quindi, il gallese Egerton, lo scozzese Madden e l’inglese Bell, a dare vita ed energia al film ed a raccontarci che quelle terre hanno davvero tanto da dire in quanto a maestria attoriale e, perchè no, avvenenza maschile.
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